E di colpo mi scopro pazzo per i luoghi comuni ... nano nano (ego-provincial-version)
(Nella foto, la firma, che si trova all'esterno del 140 Maiden Lane, di Frank Lloyd Wright)
Da una parte ho il Golden gate. Dall'altra Alcatraz (ai tempi degli spagnoli Isla de los Alcatraces). Penso a cosa vorrei raggiungere prima. Ma ci vuole un nano secondo per capirlo. Vorrei che il mio mondo fosse circondato da acqua e isolato dal resto dell'umanità. Vorrei che il mio mondo fosse stracolmo di chi voglio io. I ponti uniscono, creano collegamenti incontrollabili. Mi fanno paura. Meglio Alcatraz. Lì, se non vuoi, non ti raggiunge nessuno. Ci sono arrivato dopo aver preso autobus a caso, seguando il mio senso di orientamento. Ci sono arrivato grazie a una donna, incontrata in una via isolata, che vedendomi con la guida in mano (la cartina l'ho comprata allo fine della giornata, odio le mappe piene di infomazioni da memorizzare) mi ha chiesto: "Can I help you?". E io: "Thanks. Realy I suppose that I'm far, but less or more can you tell me where is the right direction to te beach?". Mi guarda e mi dice: "Realy the beach is not close, is far. But if you take the bus number... and.... and...and..." E io: "Ok. Perfect. Defenetly. Of course". Al terzo "Of course", mi dice: "Ok, let's go. I go with you". E siamo saliti sulla sua sgangheratissima Volvo (il cassetto portaoggetti era attaccato con lo scotch). Mi ha fatto fare un giro turistico mentre mi spiegava tutto. Mi ha portato al Fort point, sotto il Golden Gate, poi mi ha fatto vedere il Palace of fine arts, costruito per l'esposizione del 1915, e poi siamo tornati indietro un pezzo e mi ha lasciato in spiaggia. Mi ha detto che il mio inglese è ottimo. Per farvi capire quanto sono generosi qui con gli italiani. Molto gentile. Certo, stava andando a trovare sua madre e capisco che è meglio portare a spasso un turista che annoiarsi con una vecchia signora americana con i bigodini in testa e la tinta fatta in casa. Ok. Arrivo in spiaggia dove ovviamente tira un'aria bestia e le persone in costume si contano su un dito. Però è tutto un pullulare di coppie, copie, cani e bambini. Dove le copie (in mano a gente adulta) sono quelle dell'ultimo libro di Harry Potter. Di cui non so, non voglio (e non importa) sapere il titolo. Quando morirà però ditemelo, che un cero alla Madonna lo accendo lo stesso. Mi sdraio, mi caccio nell'orecchie gli auricolari dell'Ipod, e leggo il mio libro in spagnolo. Sì, è un mio vizio: lingua, paese, argomento e mia presenza non coincidono quasi mai. Non ho ancora capito perché. In spiaggia ho scoperto il mio ultimo piacere: chiudere gli occhi e immaginarmi a San Francisco. Essendoci raddoppio il godimento. Che genio del male sono? two time nano
Veloce. Indolore. Ho alle spalle non so quante ore di viaggio. Sono qui. Vicino a Dolores park. Se dovesse esserci una profezia spero sia nella seconda parola. Per un po' sono qui. Dicevo. E' un regalo che mi sono fatto per il mio compleanno. Questa casa ha una caratteristica che inseguo da decenni: l'entrata direttamente dalla strada. Se fossi a New York mi sentirei Carrie. Ma qui il massimo che mi posso sentire è l'ispettore Steve Keller o il tenente Mike Stone. Magari in divisa. Sono qui con tre cellulari di cui nessuno per ora facilmente gestibile: il mio solito numero è partito (tornerà in funzione quando rientro in Italia) e il nuovo non riesco a memorizzarlo, non so il pin (ho dovuto chiamare la vicina per andare a recuperarlo). In compenso ne ho comprato uno qui: solo la sim sarebbe costata 35 dollari, sim più cellulare 19. Fanno i concerti per salvare la terra, ma sbattano sul mercato pezzi di plastica a iosa. Anche di questo non ho capito nulla. So solo che le chiamate dall'Italia le pago anche io. Boh. Non se capisce. Che dire. Ah, è vero...sono a San Francisco (che, leggo, su Google è stata fondata con il nome di La Misión de Nuestro Padre San Francisco de Asís nel 1776). Resuscito per un po' (e divento penaepanico bay side). Caso mai le due faglie ( quella di San Andreas e l'altra che non trovo più il nome) volessero farse sentì... io so qui pacifico come l'oceano. Questo è il parco di cui sopra. Ma i grattacieli mica li vedo. Che il terromoto ci sia già stato stanotte e non me ne sia accorto?Boh... Nano two time
Domada: "Il primo luglio ha compiuto 40 anni".
Esiste un legame tra psicanalisi e uova? Tra Freud e la gallina? Del tipo: chi è nato prima? Ultimamente mi è capitato almeno tre o 4 volte di seguito che quando, dopo aver tolto la confezione di uova dal sacchetto della spesa le sistemo nel frigorifero una cade sul pavimento e si rompe. A parte la rottura di minchia di dover pulire, non capisco che agitazione mi venga quando ho l'uovo in mano. L'ultima volta mi sono concentrato e ho pensato: "non deve cadere nessun uovo". Un nano secondo dopo "splash". Due nano secondi dopo: "p.......". Tre nano secondi dopo ero in ginocchio a raccattare lo schifo. Depresso. Ma questo è un altro discorso. Credo sia almeno la quarta volta di seguito che mi capita sta palla. Ma la cosa che mi ha fatto specie e che mentre mi concentravo per non farle cadere effettivamente ho avuto la sensazione che la mano, come reazione, abbia mollato la presa. Ho sentito le dita allontanarsi dall'uovo e la forza dominuire. E di colpo mi sono sentito come nelle mie relazioni sentimentali: mi concentro perché il peggio non accada e inevitabilmente il peggio accade. Che il problema stia nel fatto che ho degli organi ribelli? A cominciare dalla mano e dal cuore? Bah... nano nano
Ho in testa mezzo blog. Ma poi si perde e non riesco a scrivere mai nulla. Giorni fa in palestra sollevavo pesi mentre l'Ipod mi sparava nelle orecchie Più su, di Renato Zero. Quando me ne sono reso conto ero già alla canzone successiva. Di cui, grazie a Dio, non ho ora in mano nessun riferimento che me la faccia ricordare. Meglio così. Mi sa. "La vita è bella". Mi dice verso le 3 del mattino. Come dargli torto. Anche se il concetto continua a volte a non essermi troppo chiaro. E continuo a vivere in bilico tra "la vita è bella" e la "vita è una merda". Ma visto il significato che dò io all'espressione "sei una merda" forse è la stessa cosa. Nel dubbio sto fermo. Mi sforzo di esserlo. Fermo ad ascoltare: "Questa musica è talmente emozionante che darebbe un cuore anche a chi non ce l'ha", mi dice. Ma io ce l'ho. Mi sa. Nano nano
Sono al supermercato sotto casa. Devo preparare una cena. Compro il pesce. Che non so fare ma che insisto a fare. Voglio essere carino con lui. A cui voglio un bene dell'anima. E ci riesco mi sa. Azzecco anche il vino. Cosa che non capita quasi mai. Qualcuno per una bottiglia sbagliata è arrivato ad insultare anche la mia trisavola. Comunque. Supermercato. Sono nel corridoio dei sottaceti. Che odio. E non compro quasi mai. A parte i carciofini che sbaffo in un secondo. Li odoro. Supermercato. Sono nel corridoio sottaceti. Si avvicina una signora intorno ai 195 anni. Anno più, anno o meno. Ma arzilla. Stile maestra elementare in pensione che dà una mano a fare i compiti ai figli dei portinai filippini. Se non è della Lega. Per capirci. Ha in mano un vasetto di qualcosa e mi si avvicina. "Scusi,", mi dice, "e' così gentile da leggermi la data di scadenza?". E io: "Si figuri...10 ottobre 2010". Mi guarda e con ghigno sospetto dice: "Beh, lo posso comprare". Io: "Beh, direi". La arzilla signora se ne va sorridendo tra i nostri beffardi "beh". Io rimango lì e penso: "Mai farsi fottere dalle date di scadenza, mai". Nano nano
...La mia vita è un inferno e io che in fondo sono un angelo non riesco a volare perché mi si bruciano continuamente le ali. Pazienza. Ma che bello che è il mio inferno. La mia strizzacervelli ultimamente si meraviglia perché sono di buon umore. Il dramma è che ha ragione. Dovrò farmi una Tac. Da sempre associo la felicità alla tragedia. Ho scoperto il mio punto debole. Ha 40 anni come me. Mi sa. Qualcuno oltre Skype, oltre il confine, oltre il Carso mi ha detto qualcosa come: "ma sì, in fondo mi sembri una persona interessante". Già all'inter- sono sprofondato nel mio tunnel di insicurezze, all'-essa- era madido di sudore, all'-ante me so sentito male. E' come con la felicità. In questo caso ci associo l'ansia da prestazione. Tipo: "Oh, Madonna e adesso quando si accorgerà che non sono così che succede?". Beh, cazzo vuoi che succeda? Nulla. E forse è questo l'altro dramma: la paura del nulla. Ieri ho parlato con lui 4 ore. L'altro ieri 3, due giorni fa 2, tre giorni fa chi se lo ricorda più... Ho parlato più con lui che con molta gente passata da casa mia. Ho parlato più con lui che con molti frequentati anche fuori da casa mia. Forse ho parlato più con lui di quanto non l'abbia fatto con gente con cui ho diviso un po' della mia vita. E questa cosa mi fa sorridere. Posso smettere di parlare con lui da un momento all'altro. Posso ricominciare a dormire invece di stare sveglio ad ascoltarci. Basta schiacciare un tasto del pc e tutto torna come prima. Spiderman è appeso ad un filo. Io ad un tasto. Due supereroi in fondo, che si mascherano per sembrare più forti. Nano nano
Vorrei parlare delle docce della mia palestra, del perché quando ci sono io, anche se è l'ora in cui c'è il mondo, sono sempre solo; vorrei parlare delle sauna della mia palestra che quando ci sono io è più vuota della testa della Michela Brambilla; vorrei parlarvi del solarium della mia palestra, che è più accogliente di un golfino di cashmere griffato Ballantyne che quando ci vado io è più finto di un ciuffo di capelli di Cucuzza. Vorrei parlarvi del personal trainer della palestra che mi ispira sesso da quando l'ho visto la prima volta sei anni fa e che ora quando mi incontra mi sorride come se fossi uno spazzolino da denti. Vorrei parlarvi di tante cose, ma non lo faccio. Non ho voglia. E' da una settimana che dormo poco, parlo tanto e rido. Punto. Domani che si fa?
"Eppure per te ho curato il mio tempo, caro complice astratto sei l'artefice muto del mio insano ritratto. Eppure per te queste lacrime amare sono gocce di fuoco bruceranno il destino di altre vite deluse". Ho in mente questa canzone. Che canta lei. La Bertè. Non so perché. Mi piace. Mi ci ritrovo. In questi giorni di euforia. In questi giorni di caldo. In questi giorni che mi sento felice. Sono stato a Rimini (Bonaventura, tu dove eri?) con mia sorella, nell'arte e nella vita. Siamo in forma. A modo nostro, stiamo bene. Lo sappiamo. Ma abbiamo paura ad ammetterlo. Abbiamo paura a dirlo. A noi stessi. Prima di tutto. Ma siamo in forma. Con le nostre fantasie che ci fanno compagnia, quando proprio non sappiamo più dove andare. Ma stiamo imparando a controllare anche quelle. Qui sotto poi, non è che ci sia tantissimo spazio. Ndo vanno? La Palisse, no?. Sento che potrei innamorarmi se mi concentrassi. Lo potrei fare in due secondi. Senza sforzi. Senza mettermi d'impegno. Sono esperto in questo. Ma questa volta non voglio cadere nella trappola. E non cadrò. La sua voce è stupenda, la sua tonalità mi fa impazzire. E quando parla in inglese, con il suo accento portoghese, potrei chiudere gli occhi e portarlo con me. E non lasciarlo andare più. Ma non lo farò. Lo lascerò libero. Tanto, io non mi muovo. E lui lo sa. nano nano
Due giorni a Torino mi hanno rilassato più di una settimana ai Caraibi. Mi sa. E' una città silenziosa che con il sole e la luce esplode. Con Paolo sto da Dio. Forse c'è anche questo. Comunque quella città rigida e fredda non è male per nulla. Insisto nel dirlo. E un po' come Rimini che io amo e che tutti snobbano optando per la Liguria. Che invece io detesto. Che bello anche a Milano fa caldo. Evviva. Tutti fuori: famiglie, figli, fidanzatini, cagnolini... Tutti fuori. E' stupendo vedervi felici con i vostri coni di gelato in mano che disquisite di tutto. Urlando.Non si sa mai che il vostro acume scivoli in qualche parcheggio sotterraneao che stanno costruendo. Sarebbe un'ingiustizia privare qualcuno delle vostre deduzioni. Milano è la città dei parcheggi e della gelaterie. Come se l'unica cosa che interessasse fosse parcheggiare e mangiare gelati. E' stupendo: ogni due metri una gelateria, ogni quattro un parcheggio. Vi amo alla follia. Lo so. Rimarrò solo per tutta la vita. Rimarrò qui sotto per tutta la vita. Lo so. Ogni tanto irrigate le terra sopra di me...così mi rinferesco... nano nano
Anni ottanta. La mia musica. Le mie eroine canore. I miei sogni che stavano partendo verso le americhe. Le mie americhe. Tra tutte queste canzoni c'è ne sono poche che mi inebriano, quando le sento, di emozioni . Rigorosamente con spalline. Ovviamente. Una di queste fa così:
Nell'articolo di Vanity Fair su Materazzi firmato da Gad Lerner, l'unica cosa decente è questa citazione di Kurt Vonnegut: "Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicchè dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere". Il sicchè, mi ha colpito molto. nano nano
Aspettative. Desideri. Annulliamoli tutti. Via ogni attesa. Via tutto. Tabula rasa. La vita non è un continuare aggiungere. La vita è togliere, limare, eliminare, sradicare. Da piccolo ti insegnano le favole. Da grande di obbligano a convincerti che non esistono. I più reticenti fanno finta di nulla e collezionano nani. Prima uno, poi due, poi cinque, e mammano si rendono conto che gli altri forse hanno ragione, continuano a comprarne come forsennati. Alla fine si perdono tra cento sguardi, che massimo arrivano alle caviglie e dimenticano le favole. Ma non si convincono della loro inesistenza. Le dimenticano. Le abbandonano. Le lasciano lì, da qualche parte. E per questo sono fottuti. Ok. Bene. La fregatura sta qui: aspettarsi e desiderare. Aspettasi che qualcosa succeda, che qualcuno capisca, che di colpo il vento cambi direzione e ti strappi via tutta la malinconia che hai accumulato. Aspettare che il telefono suoni, che arrivi una mail, che il tuoi occhi di colpo tornino brillanti come due smeraldi sulle orecchie di Liz Taylor. La fregatura sta tutta qui: aspettarsi e desiderare. Desiderare, che suona meno arrogante di aspettarsi, che il telefono suoni, che arrivi una mail, che qualcuno capisca, che di colpo il vento cambi direzione e ti strappi via tutta la malinconia che hai accumulato.
Che faccio? Pasqua si avvicina. Gesù Cristo resuscita e io non so cosa fare. Va beh ci pensiamo dopo. Ieri serata Roberta, tra fondoschiena d'oro e facce da culo, giurie strappate dai verbali di Woodcock, e carni da macellare come fossimo in tempo di guerra. E io lì a pensare che quattro giorni prima ero ad Amsterdam a sognare una vita affacciata alla finestra che dà su un canale. Ho voglia di annoiarmi vicino alla persona che amo, ho voglia di nausearmi di carezze, di abbracci sotto le coperte, di ricordi libertini consumati a strappare corpi da sgualciti vestiti. E invece ero lì a non sentire cosa dicevano, a non vedere chi sfilava, a non capire cosa stesse accadendo. Per fortuna c'era Omar Pedrini con cui ho fatto chiacchiera sulla sua musica, sui suoi amici, sui suoi nuovi lavori. Finito il mondo rotondo firmato Roberta ho voluto massacrarmi in un altro firmato Roberto (o Carlo, o Giuseppe o Mario). Gasoline. Giovedì sera. Saluto. Entro. Mi guardo intorno. Sono solo. Come lo ero l'ultima volta che sono entrato mesi fa. Baci, abbracci, e la solita domanda: "Dove sarà in questo momento?" Chi? Lui, l'altro, il prossimo...non ha importanza. "Ciao come va", dico a un tizio che conosco. "Non ti avevo riconosciuto, mi sembravi un divo", mi risponde. "Beh sembro tante cose, anche una brava persona in fondo", penso. Ballo compito come in un coro ecclesiastico e mi agito nella mente come se stessi facendo un provino per Flashdance. Bipolarismo danzante. Una nuova patologia, mi sa. Ore 3 mi ritiro. Felice di esser stato lì e di sapere che ci ritornerò fra sei mesi, forse. Incazzato nero perché i miei anni sono il doppio di quelli dei glabri avventori. Ma non cado nella trappola e me ne fotto. Questa mattina accendo il cellulare. 1982 mi ha cercato. Lo chiamo. Mi dice che è felice e mi fa immensa tenerezza. Ma la cosa non contempla la mia presenza. Così, nella sua felicità, faccio di tutto per infilarmici dentro. E la rovino. Click. La conversazione finisce. Lui la fa finire. "Piacere Alberto", mi viene da dire. Ma solo io so cosa significa. Nano nano.
...C'è una frattura irreversibile che ci ha (mi permetto di parlare al plurale, chi vuole si identifichi chi non vuole mi perdoni...e si ricordi che sono già morto...) ancorati per sempre a questo mondo fatto di caschetti biondi, voci roche, spaccate verticale, cicale, telefoni ed orecchini tolti da mani samaltate di rosso, ambre, caselle rotanti e ceroni sciolti dalle lacrime. Per forza. Ci ho pensato a lungo. Ci deve essere un momento preciso, una data, un giorno che ha deviato il regolare flusso degli eventi. Qualcosa come la caduta del muro di Berlino, l'abbattimento delle torri gemelle a New York o l'ultima puntata di Dynasty. Qualcosa ci deve essere stato che ha segnato la nostra vita. E pensa, ripensa e pensace ancora, un giorno di colpo la soluzione. Un po' come quando la Carrà diceva "giallo", per esempio, e il pubblico a casa doveva formulare la domanda. Bene, mi sono sentito come il concorrente che ci beccava: "Ecco la risposta alla mia domanda. E' chiaro come ho fatto a non pensarci prima". E la risposta è: Giugno 1987. Ovvero l'anno in cui Enrica Bonaccorti lascia Pronto chi gioca? (e la Rai) per andare a a Mediaset e inanellare una serie di insuccessi che l'avrebbero portata due decenni dopo ad occuparsi di cani e materassi. Sì, è tutta colpa sua se noi nati nel '72 (o giù di lì) siamo rimasti fermi alle baraccate di quegli anni. Era l'unica che ci poteva traghettare in un mondo di adulti. Era l'unica potenziale icona gay (aimè interruptas) scevra da lune, cobra, scendo non scendo, attimi e Pedri conosciuti in altri emisferi. Lei da camaleonte sguaiato da Genny vestita (questo non ve lo ricordavate....) ci avrebbe condotto per mano in un nuovo decennio privo di spalline, fuseaux, camicie pizzate, diari scolastici gonfi di drammi, proclama, testi di canzoni ritagliate da Sorrisi, di cui ci saremmo pazzamenti innamorati, dimenticando il precedente. Dalla scuola di vita che era Pronto chi gioca? ci avrebbe fatto innamorare di tutto quello che c'è stato dopo, che neppure so dire cos'è visto che manco me lo ricordo. Ci avrebbe fatto dimenticare gli occhi bistrati e le risate della Carrà, le moine della Parisi, le mise della Cuccarini, i riccioloni della Braga, le schiave isaure e le Gracia Colmenares che invece sono rimaste tatuate nei nostri ricordi. Ambra sarebbe satata la sua naturale erede e adesso io starei parlando dei drammi di Britney Spears, di Paris Hilton o di Ilary Blasi. E invece no.... Queste non mi appartengono (e non ci tengono). Qualche giorno fa una ragazza di 22anni che lavora con me mi ha detto: "sono andata ad un concerto di Prince è sono stata tutto il tempo seduta. Conoscevo solo una canzone...come si chiama? Kiss, esatto. Le altre mai sentite...troppo vecchio...". E io muto..."effettivamente". Bah.... Se la Bonaccorti se ne fosse rimasta alla Rai... Che meraviglia.... Anche io a quest'ora potrei dire: "Loredana Berté? Ma chi è quella che cantava E la luna suonò?" E spararmi nell'Ipod l'ultimo cd di Fabri Fibra... Fanculo anche a lei va...Nano Nano
...tornato oggi da Cuba. Da La Havana, per essere più precisi. Che dire? Che La Havana mi ricorda qualcuno che conosco molto bene. Che tutte quelle case che cadono a pezzi mi sembrano le mie certezze che non rimangono più su. Che la soppravvivenza quotidiana di tanti dei suoi abitanti non si discosta dalla mia quando penso a quello che vorrei e che non ho. Che quella città, mi sa, è come l'Africa ti innamori e ti viene il male quando non ci stai. Che i cubani sono cubani e questo vuole dire esser un mondo a parte. Che mi sto paragonando ad una della città più belle del mondo, guarda che caso. Che quando i due ragazzi italiani ci hanno detto: "questo è Carlos, il giornalista, un figo pazzesco" e ho pensato: "mi fa cagare", mi sono sbagliato di grosso. Che anche io tendo a prostituirmi in attesa che qualcuno mi porti via da me, sapendo perfettamente che da sè stessi non si può scappare mai. Che amare La Havana deve essere come amare la vita: si deve prendere tutto senza chiedere nulla. Che adesso sono qui e dalla mia finestra non vedo il malecon, non vedo le luci fioche della vie sgretolete, non vedo bottiglie vuote di rum, non vedo gente che lancia i propri sogni verso l'infinito. E sorrido... Nano nano companeros...