venerdì, settembre 30, 2005

Lucia, Beatriz y yo

Oggi mi è venuto in mente di un libro che ho letto a Creta nel 2002 di Lucia Etxebarria dal titolo Beatriz e i corpi celesti. Mi ha praticolarmente affascinato, mi sono ritrovato in moltissime situazioni e soprattutto l'ho trovato scritto da Dio (l'ho letto in spagnolo, non garantisco sulla traduzione). Se vi capita in questo fine settimana, butto lì l'idea, di fare un giro in libreria dateci un occhio, e se c'è mettetevelo in tasca. Merita. Magari, prima passate alla cassa....

Il futuro non passa.

Anche stamattina mi sono svegliato ascoltando il programma radiofonico di cui ho già parlato qualche giorno fa. Si chiama Trame e oggi è andata in onda l'ultima puntata. Il tema non era male: in che epoca vorresti vivere?. E con questo pretesto in un'oretta hanno raccontato tutte le ere storiche (dalla preistoria i giorni nostri) focalizzandosi soprattutto sull'aspetto romantico di questi periodi. Io di primo acchito ho pensato: "vorrei vivere tra 300 anni altro che nel passato". E mi è venuto in mente che tempo fa parlando con un mio amico ho detto: "pensa che bello se ad un certo punto della vita si potesse scegliere di fermarla per poi farla riprendere quando si vuole". Del tipo: "Entità vaga, buongiorno. Io ci ho provato, ma davvero non ce la faccio. Questa vita mi fa schifo. Facciamo che ne riparliamo fra 300 anni"? Pensa che meraviglia, una volta risvegliatisi, incontrare gente che arriva da epoche completamente diverse: "Ciao mi chiamo Zorpton arrivo dal 2200, ma cosa sono quelle cose di gomma piuma che hai sotto le spalle". "Si chiamano spalline. Piacere io mi chiamo Luca e arrivo dal 1980". (nella foto, Maya di Spazio 1999)

mercoledì, settembre 28, 2005

J'adore

"Io vi adoro, siete le mie eroine, rose che non si appassiscono e sfidano sogni e pazienza. Vi adoro perchè nonostante il peso del tempo, che grava su di voi come un satellite naturale sul proprio pianeta, dietro sorrisi scarlatti, unghie smaltate e catene dorate, rispondete sempre qualcosa a chi non vi chiede mai niente. Vi adoro perché sopportate in silenzio un destino che comunque scegliereste di nuovo. Vi adoro e vi guardo sorpreso mentre gestite i vostri uomini, ammassi di carne sgualcita che il tempo ha reso ormai inutili. E gli inutili vi gurdano timorosi di un segno che li riprenda quando sbagliano a muoversi. Però temerari continuano alteri a sentirsi simulacri di eroi. E incastrati tra i loro "ti ricordi quando...", "mi ricordo che...", "quando c'ero io...", "una volta sì..." si trascinano dietro di voi come ombre in cerca disperata di un corpo. Vi adoro, perché a distanza di anni voi ancora rappresentate quel corpo, pur sapendo che vigliaccamente vi guardano, immaginandone un altro più bello. Vi amo quando tra un klineex e un valium nascosto, difendete vostro figlio dal sospetto degli altri. Vi adoro quando poi siete sole e rinascete come foglie nel vento". (Creta 2002, nella foto di Cecil Beaton, Marlene Dietrich, 1935)

martedì, settembre 27, 2005

Fresca fresca di scatto

Festa milanese con veline, passaparoline, letterine, muffine and so on. Incontro la persona che più mi ispira sesso negli ultimi anni. Lo vedo. Gli faccio fare una foto con la mia amica. Poi, dopo un po' lei gli chiede se ne vuole fare una con me. Finito il patetico teatrino fatto di "sei una pazza" (che lui dice a noi) ci ritiriamo nel nostro angolo a tracannare gin tonic. Ridiamo. Alla fine salutiamo il pubblico (a noi sono piaciute in particolare le muffine) pacante (con la c, non è un refuso) e ci dirigiamo verso l'uscita. L'uomo più bello del mondo ripassa. O meglio l'uomo per me più bello del mondo in data 26 settembre 2005, ripassa (oggi l'uomo più bello del mondo è quello che fa la pubblicità dell'emporio Armani underwear). Noi lo salutiamo, lui accenna a un bacio noi idem. Sorridendo lo guardiamo andare via scarrozzato da un autista. Considerando che ho quasi 40 anni, cosa ci faccio con la foto fresca fresca di scatto (che ci ritrae insieme) sullo sfondo del mio cellulare?

lunedì, settembre 26, 2005

...e penso

Esco dalla stanza degli inviati e penso: "non ho argomenti con nessuno". Arrivo alla mia scrivania, mi guardo intorno e penso: "ma cosa ci faccio io qui". Vado in studio guardo le ragazze che stanno facendo le prove, sorrido e penso: "ma perché mi alzo la mattina?". Perché? Poi, dopo che il telefono squilla per tre volte di seguito e il mio ego rifiorisce e penso: "ma sì in fondo posso ancora resistere". E quando con la mente arrivo qui è finita. Che due maroni.....

Sottopassaggio (capitolo cinque)

L’articolo non andava bene ed ero rimasto in redazione per risistemere alcune cose fino a notte tarda. Non mi importava nulla, non avevo nulla da fare a casa non mi interessava annoiarmi davanti al televisore o al telefono con qualche mio amico. Non ne avevo voglia. Javier non mi stava aspettando, io non avevo fretta. Rientrai verso la mezzanotte ed ero sfinito. I cartoni messi ovunque nella casa mi ricordarono che lo giorno dopo sarebbero arrivati i traslocatori per smontarmi i mobili e rimontarmeli esattamente dove avevo deciso, in un appartamento dalla parte opposto della citta’. Sarei rtornato con molta gioia nella zona in cui avevo fatto l’universita’, lontano parecchi incroci e semafori dalla mia vita di coppia con Javier. Aradna aveva venduto l’appartamento di Javier senza neppure chiedermi se mi sarebbe servito ancora. Mi arrivo’ la lettere del suo avvocato spagnolo nella quele mi invitava ad abbandonare l’appartamento al più presto. Anche lei aveva resistito poco ed era tornata in breve tempo quello che erano tutti intorno a me: inutili. Milano sarebbe tornata a non appartenermi come quattro anni fa, ma semplicemente ad ospitarmi come fosse un gigantesco motel a due stelle, una delle quali arrugginita. Il giorno dopo avrei preso un giorno di ferie, giusto per seguire i lavori di casa. L’appartamento me lo aveva dato una mia amica che aveva deciso di traslocare per sempre in un'altra parte del mondo, per amore. Io per la fine, invece, di un amore stavo arrivando lì in quattro misere stanze, al terzo piano di una via milanese a a pochi centinaia di metri dalla tangenziale est. Mentre i tre operai scaricavano sedie, tavoli, vestiti e suppellettili sognavo di scoparmeli tutti insieme e contemporaneamente come atto propiziatorio per la mia nuova casa. C’è chi caccia gli spiriti, chi attira i cazzi. Ognuno a modo suo si dà da fare per avere il meglio dalla vita. Due erano quasi decenti, uno era quanto di più bello avessi visto negli ultimi trenta giorni: capelli neri, occhi neri, pelle nera, look nero, anima nera. Era un indiano dalla sguardo imbronciato che conosceva la vita meglio di me che mi atteggiavo a uomo vissuto che sapeva il perche’ delle cose. Gli altri due erano latinoamericani dalla croce sul petto, l’anello d’oro al dito e dalle domeniche passate al parco Forlanini con mogli e figli appresso. Verso le 5 del pomeriggio il loro lavoro era terminato. Quello che avevo in testa io mai cominciato. A quell'ora, mentre guardavo il biglietto da visita dell’azienda con numero di telefono dell'indiano, tale Tarak, appuntato a matita in chiare lettere e numeri, i miei sogni più alteri griffati D&G si stavano decomponendo lasciando spazio ad altri più pragmatici vestiti Zara. Senza i miei pensieri sporchi e macchiati di sperma il suo volto avrebbe continuato a non esistere, senza di essi non lo avrei mai riconosciuto 15 giorni dopo in un localaccio gay di quarta segata in cui mi avevano trascinato per un servizio fotografico realizzato dal nuovo inserto del giornale per cui lavoravo. Le modelle ci stavano aspettando insieme al fotografo, ai truccatori e agli uomini incaricati di montare il set. Tra cui, appunto, c’era anche Tarak. Non mi riconobbe, non mi feci riconoscere mi limitai a sussurrargli “buongiorno” per farlo riprendere dalla sua perniciosa amnesia e riportarlo di colpo nel tennul della sua sgangherata sopravvivenza. Per lui non ricordare sarebbe stato un errore, per me non ricordare era doveroso se volevo continuare a vivere. Tarak mi passò vicino e mi disse: “Domani torno a Londra, Il bar di mio padre mi sta aspettando. Sono venuto qui ad aiutare mio cognato”. Io impassibile risposi: “Durante il trasloco mi avete scheggiato un vaso e rotto la gamba di un tavolino. Tutto qui. Buon ritorno in Inghilterra”. E mi abbandonai a pensare al mio maharaja’ Tarak.
(per gli altri capitoli vedi http://penaepanico.splinder.com/)

domenica, settembre 25, 2005

Cuori al bar

Venerdì sera esco e mi vedo con degli amici (e amiche) al bar. Con me c'è anche Riccardo insieme con il suo amichetto Giuseppe. Giuseppe ha 25 anni. Riccardo 35. Ma questo non è importante. Si sono conosciuti qualche sera prima in un locale. Ma anche questo non è importante. Giuseppe è molto timido. Riccardo molto meno. Giuseppe è stato quasi tutta sera vicino a Riccardo con la mano sulla sua coscia, o sulla sua spalla, o sulla sua mano. In silenzio. Mi chiedo: ma perché l'amore per essere dimostrato ha sempre bisogno di esternazioni?
(Nella foto, Dream di Gilbert and George, 1984)

venerdì, settembre 23, 2005

mud mask, dead sea

Ti guardo, mi perdo
vorrei fermare i tuoi colori
nei miei occhi,
ma so che sono
troppo stanchi
per trattenerli.
Per questo
lascio che sia tu a farlo.
Rido, perchè è impossibile
Ti guardo, mi perdo.
(Mar Morto, 8 agosto 2005)

Rieccomi qui a scriverti

"Rieccomi qui a scriverti sfinito da tanti lamenti. Sono i miei lamenti, quelli che mi sconvolgono l’anima, che mi lasciano a letto atterrito, senza fiato, senza sogni, senza più un brivido. Ti ho visto anche oggi, eri meraviglioso stretto nei tuoi jeans, nel tuo giubbotto nero, sotto il tuo gel. Ti ho guardato per un attimo terrorizzato che il mio sguardo si potesse incastrare nel tuo sorriso. Tremo come una foglia secca trascinata dal vento che sta cercando il mare per rinascere. Ho tremato come un bambino che aspetta il lupo cattivo. E per questo il mio sguardo si è fermato nell’aria, il mio sospiro si è soffocato, il mio battito cardiaco si è sacrificato ancora una volta al mio terrore di vivere. Io non so più cosa fare. Ti ho trovata in casa convincendomi di avere voglia di vederti, senza esserne sicuro. Tu sei il mio passatopresente, il mio presentepassato bloccato tra le vertebre che mi riparano l’anima. Non riesco a farti capire perchè ho bisogno di te, ma neppure a capire se riesco a sopravvivere nella mia solitudine. Ci sei, ma non ho voglia di confrontarmi con te. Ci sei e mi basta sapere questo. Mi sento un carnefice senza armi, un assassino senza movente se non quello di non sapere come si fa a rinascere. Eppure questa esigenza di me è forte, questo mio bisogno impellente, questa necessità un male incurabile. Sono qui, ancora adesso, ma vorrei essere altrove, in una realtà parallela. Senza di voi. E continuo, malinconico, a cercare la mia immunità al dolore."
(Milano 2003. Nella foto, l'apparato cardio circolatorio).

giovedì, settembre 22, 2005

Sex'n Bossa and Sbaffe'n Party

La redazione di Sale e Pepe, e in particolare il gruppo di lavoro alle prese con Moda speciale catering, rende noto che stasera, prima di dedicarsi alla ricerca minuziosa e dettagliata sulla tipologia di buffet che offrono i patinati signori della moda, farà una capatina da Gallery (presso Moroni, via San Pietro all'Orto) per vedere una mostra fotografica su Monica Vitti e poi da Bbrasilian (corso di porta Ticinese 24) per un florilegio di narrativa erotica brasiliana dal titolo Sex'n Bossa. Nella speranza che l'aulica declamazione di versi non smuova i già movimentati ormoni, in seguito il gruppo procederà al duro lavoro. E cioè via allo sbaffen-party... (Nella foto Kate Moss, reginetta della moda, beccata a sniffare)

mercoledì, settembre 21, 2005

Inviati speciali

Inizia la moda. Iniziano i party. Cioè: "se ritorna a magnà a sbaffen". Idea: spacciarsi per inviati di Sale e pepe, il mensile di cucina, alle prese con l'indagine: "Moda, speciale catering" . E ieri, tra "squisita questa tartina", "così e così questo bianco", "ottimo l'abbinamento ananas e gamberetto" i camerieri ossequiosamente non ci hanno (ero con la mia amica "direttrice") fatto mancare nulla. Mmmmmmm che sazietà.....

Il calzino del Berlusca

Sogno di stanotte. Io e Silvio Berlusconi su una vecchia 500, quella che la Fiat sta riproponendo in collaborazione con la Ford (mi dicono). Lui guida, io sono dietro. Forse manca il sedile anteriore. E' notte. Stiamo andando ad un appuntamento. Forse ad una conferenza stampa. Lui mi parla. E mi risulta anche simpatico. Non mi ricordo le parole ma mi vedo sorridente. Ad un certo punto, mi mostra il piede destro e mi fa vedere che ha un buco nel calzino giusto all'altezza dell'alluce. Grosse risate. Poi, mi sveglio e penso: "Ma che cazzo di sogni faccio?".

Il ciclone (e il temporale)

Sono un neurone in cerca della sua meta. Un dj senza puntina che colleziona vinili. Un sogno infranto in una notte passata insonne. Sono il bum bum martellante di una rave party montano. Un colore sbiadito che non trova più la sua luce. Un peccato senza peccatore che non può essere confessato.
Sono una dose minima per uso personale da consumarsi in giornata. Uno yogurt senza fermenti dimenticato nel frigorifero. Un uragano, che vuole essere ciclone, ma che diventerà temporale.
(New York, dicembre 2004) (Nella foto Lucia Galeone, meteorina al Tg4)

martedì, settembre 20, 2005

Verità greca o romana?

Ore 10 a.m. Dalla radiosveglia arriva un interessante discorso sul significato della parola verità. In sintesi per la cultura greca la parola alétheia, che può essere tradotta come verità, significa letteralmente e originariamente "non essere nascosto" ("a-" come privativo di "Lèthe", "nascondimento", ovvero, "ciò che non è nascosto", "che è esposto alla luce"). La verità, oggetto della conoscenza filosofica, è quindi ciò che si manifesta, che non rimane oscuro. Per la cultura romana, invece, la verità è qualcosa di sempre dimostrabile, fino a prova contraria. Tutto questo in estrema sintesi. Allora, è meglio essere greci o romani? Quando pensiamo: "questo è un coglione" sveliamo ciò che è nascosto e quindi la sua stupidità o è semplicemente una delle sue tante verità (e quindi paradossalmente tra queste ci può essere, sì la stupidita, ma anche l'intelligenza)?
(Nella foto El Greco, autoritratto)

lunedì, settembre 19, 2005

Sottopassaggio (capitolo quattro)

«Tu non hai idea di come sono stanca, per fortuna che è finita. Non ne posso più di sfilate, ho i piedi a pezzi». «Ma cosa dici ti trovo benissimo e questa borsetta da dove arriva? E’ magnifica».
«Prada, l’ho presa l’anno scorso a Convivio».
«Stai benissimo».
«Amore come va?»
«Per fortuna che è finita, sono a pezzi lo stavo giusto raccontando a Dori, vi conoscete?».
«Sì ci siamo conosciute alla festa della Versace».
«Che serata, che serata la festa dalla Donatella. Sempre divertente».
Seduto, solo con lo sguardo proteso verso la fila che avevo di fronte, un bel po’ di fronte, aspettavo impaziente che la collezione uomo primavera estate di Roberto Cavalli si palesasse davanti ai miei occhi. Avevo gli ormoni a mille. Erano settimane che non mi portavo nessuno a letto e avevo voglia di sognare con questi efebici palestrati che da lì a poco mi sarebbero passati davanti agli occhi. Le solite starlette della televisione sembravano tutte arrivate. Sembravano, perché in realtà loro, lì sedute in prima fila a sventolare inviti per farsi aria non c’erano. C’erano i loro simulacri. Le starlette erano altrove. A Miami. Alle Hawai ad abbronzarsi in un beauty center per 10 euro, crema compresa. Il mio mondo in quei giorni era quello lì. Fatto di corpi che nel chiaro scuro di una sfilata si vedevano a tratti, di volti nascosti dietro occhiali scuri, di pelli consumate del sole e nutrite a Chanel e Nivea a seconda delle file in cui erano sedute. Era quello. Un mondo apparente e finto come uno studio televisivo, ipocrita come il mio dolore che si nascondeva intabarrato dentro i miei strati di lana. Mi guardavo in giro ma più in qua delle mura che chiudevano fuori il cielo non vedevo nulla. Ero lì e mi sentivo un puntino di inchiostro su un foglio nero, irriconoscibile come Eva Kant col travestimento. Il mio mondo era lì, con me spettatore che guardavo un ennesimo spettacolo che non mi apparteneva, un altro circo danzante senza equilibristi, nani e giocolieri, statico come il film del lunedì. Di colpo mi resi conto che stavo toccando la fine. Dentro ero un tossico dal sorriso smagliante, un apolide con doppio passaporto, un prostituto con la bocca slogata. Più in là c’era solo la mia ombra che tremolante non trovava più la figura che l’aveva generata. E a quel punto anche i modelli che mostravano i loro muscoli adamantini erano passati davanti indifferenti al mio sguardo, ai miei commenti, alla mia solita selezione naturale fatta di: "questo ispira, questo no". Il mio mondo, panciuto, con i glutei cadenti e le braccia flaccide si era imposto su di loro, sui loro visi imbronciati che promettevano ricchi premi e cotillon, sui loro sguardi assetati di realtà. Chiuso lo zoo, finita la sfilata, tornai da dove ero arrivato, con la testa bassa a fingere che quello spettacolo di plexiglas, freddo come una cascata, mi fosse servito almeno per un attimo a dimenticarmi. Ma Javier continuava a non esserci più, loro, i modelli al botulino, anche. Per cui come potevo rigenerarmi da due mancanze?
«Come è andata la sfilata»?
«Meravigliosa un orgia di musica e toraci», risposi al mio collega che si occupava di moda al quale, in quei giorni, stavo dando una mano al giornale.
«Roberto è sempre così, sa come stupire il suo pubblico. Immagino comunque che non abbia proposto nulla di nuovo o no»?
Roberto? Ma non sai neppure chi è Roberto, non gli hai mai stretto la mano a Roberto. Non hai mai scambiato neppure un opinione con Roberto? Cosa fa Roberto quando non lavora? Con chi esce Roberto la sera? A cosa pensa Roberto prima di addormentarsi? Che ne sai tu di Roberto. Eppure ne parli come se fosse l’amico di una vita. E io mentre tu mi parli di Roberto che non conosci vorrei vomitarti in faccia tutto quello che so di Javier, di come mi stringeva prima di addormentarmi, di come mi coccolava quando tornavo dal lavoro stanco, di come era capace di amarmi quando facevamo l’amore. E tu mi parli di Roberto? Ma chi cazzo è Roberto?
«Hai ragione nulla di che, un po’ come tutti mi sembra».
«Ormai nella moda non succede più nulla di interessante da anni. Le solite baracconate. Vado che devo correre da Ferré. Fai il pezzo, poi quando torno ci do un’occhiata».«Non vedo l’ora soprattutto che tu ci dia un’occhiata», pensai. «Ma lo sai coglione che Javier è morto e dei tuoi articoli del cazzo non me ne frega niente. Dai un’occhiata al mio pezzo? E se è sbagliato cosa succede che mi metti in castigo. E se è perfetto, invece, cosa fai? Mi fai resuscitare Javier e me lo porti qui? Ma qui dentro pensate che basti farmi seguire due sfilate e offrirmi un viaggio stampa alle Maldive per farmi stare bene? Ma cosa volete da me, perché non la smettete di fare finta di niente e non mi dite la verità, non mi dite quello che davvero pensate. E cioè: «Alberto dacci un taglio con i tuoi piagnistei nessuno può farci nulla, cerca di riprenderti il prima possibile però adesso lavora perché vogliamo andare a casa presto visto che noi qualcuno che ci aspetta l’abbiamo». Perché nessuno ha il coraggio di dirmelo. Eppure dai vostri sguardi al cerone, dietro i vostri occhiali griffati, nelle vostre giacchette cangianti non mi arrivano che bugie. Inutili, convenevoli e sedicenti bugie. I miei pensieri cattivi stavano prendendo una brutta piega. Mi stava venendo da piangere. Semplicemente perché era vero: loro, avevano davvero qualcuno che li aspettava a casa quando tornavano dal lavoro. Io no. Non avevo più neppure il gatto della vicina, collassato qualche mese prima sotto i miei occhi. Addio Javier. Addio Topino.
(gli altri capitoli sono su http://penaepanico.splinder.com/).

(Nella foto l'ultima campagna di Oliviero Toscani per Ra-re)

sabato, settembre 17, 2005

Te ghè inscì de cur

La cosa che dovete fare è semplice: rimanere chiusi in casa, al sicuro da tutti quelli arrivati con gommoni, piena, valigie di cartone, sogni del cassetto, frecce del Sud, and so on…Tanto voi adorate le vostre case (anche se sognate tavernetta e camini) quasi sempre “in centro”, “piccole ma con spazi ben sfruttati”, “comode perché vicino a tutto”. Chissà come fate ma voi siete sempre vicini a tutto. Mah. State a case, dicevo, e organizzate cene tra amici. Approfittatene ora che tornati dalle vacanze potete offrire le vostre salse nostrane comprate in Valtellina che il tale montanaro che parla con quell’accento strano “persona semplice ma davvero squisita ha preparato solo per voi”, i pesti fatti in casa acquistati in Liguria a peso d’oro “ma si può fare è talmente bella la Liguria”, i sottoaceti del sud “che come sono buoni lì, da nessun’altra parte. Pomodori di una dolcezza e poi figurati, lì costa tutto due lire, gli dai 15 euro e ti porti via il bancone”. Cene che vi assicurano altri tir di complimenti quando nei giorni seguenti racconterete ai colleghi di lavoro quanto i vostri ospiti fossero deliziati dalle vostre prelibatezze. E giù una caterva di “anch’io l’ultima volta che sono stato in Sicilia ho comprato dei cannoli, di una bontà, ma di una bontà, con la ricotta che si scioglieva in bocca e…”. “Beh, ma le mozzarelle in Puglia. Cioè, hai idea che sono talmente fresche che si sciolgono a guardarle. Altro che quelle che compriamo a Milano. E poi, cosa le avrò pagate? 2 euro? Niente”. “Sì però poi al ritorno con tutti quei grassi che si mangiano bisogna subito mettersi a stecchetto, altrimenti la bufala diventi tu non la mozzarella”. Risate generali e sguardi di compassione verso l’invidiosa che fa la spesa alla Lidl perché deve pagare la casa a schiera comprata a Milano3 (con caminetto e tavernetta, etta etta etta, ma va bene lo stesso) e non prova da anni “cose che si sciolgono in bocca". Poverina. Senza parlare della sera quando al bar per l’ape(ritivo), che fa schifo e pagate più dell’intera dispensa che vi fate quanto scavalcate la circonvallazione esterna (a voi basta oltrepassare quella per dire che siete stati al mare, in montagna, in collina e in pianura indifferentemente), ma guai se vi lamentate una volta, potete raccontare di quanto i vostri colleghi siano rimasti meravigliati del racconto della vostra ultima cena. A cui, peccato, non segue mai la crocifissione. E anche lì badilate di banalità e luoghi comuni che raccogliete tronfi, tra un drink e l’altro da 10 euro l’uno, appunto. Ma Milan l’è Milan, l’è minga come in quei posti dove “tutto è buonissimo, freschissimo, deliziosissimo e si paga pochissimo ma …” E via con un’altra rotativa infinita di nulla. Ma va bene così. L’importante è che continuiate a godervi le vostre case il più possibile. Tra l’altro comincia l’inverno. Brrrrr che voglia di caminetto…. (Nella foto, L'ultima cena di Leonardo da Vinci)

venerdì, settembre 16, 2005

Non vedo il Guggenheim

"Central park è una distesa di neve, ma la gente si comporta come se fosse a Copa Cabana eternamente in costume. New York è una vecchia signora che non ha bisogno di togliersi le rughe ma, civettuola le copre. Non si capisce dove è il Terzo Mondo. Se nelle vie della costa est di Manhattan o dopo il deserto del Messico. Non vedo il Guggenheim, ma so che è lì. Non vedo niente oltre i grattacieli che toccano il sole, ma so che qualcuno dentro si muove. New York è un blob cinematografico dove i trailers lottano fronte a fronte per resistere al tempo. New York è come un hamburger, ogni due giorni ne inventano uno nuovo e deve auto alimentarsi per non morire. New York è un sogno che contiene tutta la vita, New York è milioni di vite che si sfasciano per mantenere il sogno. Sono qui a Central Park, una macchia di nero in una distesa di neve. Non vedo il Guggenheim ma so che è lì". (New York, dicembre 2004, nella foto interno del Guggenheim)

Addizioni

"Tutto sommando",
mi dice ieri
una mia amica,
"non si sta male.
E' ora di finiamola
di lamentarci sempre".
Come darle torto.

porta eva

"Prendo a calci la stessa porta
da anni è una vera mania
ridotta da buttare via
tanto la porta è mia"
(l.b., strade di fuoco)

giovedì, settembre 15, 2005

Buon compleanno Milano

Milano, ore 22,10. Mi incontro con la donna con cui mi diverto di più al mondo (e che amo, forse, di più al mondo). Non sappiamo cosa fare. Pensiamo: "andiamo a Brera (nota zona di locali milanese) che è da una vita che non andiamo". E così tapini, parcheggiamo la motoretta davanti al bar Radetzky. Da li' ci incamminiamo verso via Brera: che meraviglia è un pullulare di anime: cartomanti, ambulanti, ristoranti, ben pensanti....in tanti. E noi lì che girovaghiamo, chiacchieriamo, discutiamo, parliamo e ci pensiamo. E pensa, e pensa e pensa, alla fine tornati al Radetzky, ci arriviamo. Alla soluzione: "Che bello, anche su Brera ci possiamo mettere una bella croce sopra e non ci vedrà più per i prossimi tre anni". Soddisfatti abbiamo fatto due calcoli: "Ora ci mancano: i Navigli, Ripa di porta ticinese, corso Como, piazza Vetra e poco altro". Buon compleanno Milano. (Nella foto murales di José Clemente Orozco)