giovedì, settembre 01, 2005

Sottopassaggio

Visto che oggi è il primo giorno e, come mia abitudine, amo metterla giù dura subito, voglio farvi leggere il primo capitolo di una cosa non ben identificata che ho in testa di fare da anni. L'ho riesumata dal mio computer, l' ho scritta mesi fa, e so che ad un certo punto mi sono fermato. Ecco, quando a quel punto ci arriveremo ve lo faccio sapere così , magari, mi date una mano per continuare. Ah, dimenticavo, si chiama Sottopassaggio.
(La foto è il 45 giri della sigla di Bia un cartone animato di quando ero piccolo. Lei era una maghetta in fieri arrivata sulla terra per fare tirocinio, io probabilmente l'unico pirla che la guardava)

Primo capitolo
La mia casa era grande, colorata e vuota. Come un uovo di Pasqua senza sorpresa. Di quelli con la carta luccicante e argentata che si comprano ai discount per pochi euro. Per due lire, insomma. Mia madre non amava cucinare, non amava pulire, non amava confrontarsi con me, forse non amava neppure la vita che faceva. Ma non lo sapeva. Pensava che la bolla di sapone in cui aveva ficcato tutta la sua famiglia fosse abbastanza spessa da proteggerla dagli urti della vita. E infatti fu così per tutti, tranne per me, il più piccolo, il più difeso, il più colpito dagli sbattimenti contro i muri che ci stavano fuori. Il problema è che nessuno me lo aveva detto e io ero convinto che fuori da questo gigantesco globo dalle pareti gelatinose e rimbalzanti non ci fosse niente. Era il mio peluche, il mio salvavita Beghelli, la mai cartina geografica De Agostini, il mio Truman show, il mio universo firmato Trudy. Senza sorprese, però. Insipido come una zuppa di mare priva di pesce. Mio padre esisteva poco. C’era solo per giocare, per fare i regali, per ascoltarlo, per leggerti le favole quando eri ammalato.
Per tutto ciò che riguardava noi figli eravamo miamadredipendenti.
Mia sorella era odiosa, come tutte le ragazzine belle e sicure di sé, come tutte le donne convinte di potere capovolgere il mondo. Mio fratello era quello più vicino a me, che mi faceva giocare, sognare, credere di essere sempre altrove in un mondo fantastico fatto di felicità e sorrisi, canzoni e tv, tacchi a spillo e paillettes, in un’altra bolla, insomma. Più grande, più bella, più adamantina che mai. E poi c’ero io, traballante tra due metà, convinto che le persone non crescessero ma che fossero gli oggetti a rimpicciolire, anemico in un mondo di globuli rossi, scarrozzato a destra e a manca dalla mia timida volontà e da quella, decisamente più gigantesca, degli altri. Come una goccia di mercurio in un deposito di tondini d’acciaio. La mia vita era bella e finta come una coniglietta di Playboy.
"Ti sbrighi che siamo ritado porca troia? Perché mi devi sempre rovinare la vita?"
Javier non conosceva il senso della misura.
"Ma dove cazzo ha messo i passaporti?"
Javier non aveva memoria.
"I preservativi, ricordati i preservativi."
Javier amava fare l’amore.
"Mi spieghi che cosa ci fai tutavia in mutande?"
Javier aveva rotto i coglioni…
"Mi chiudi la porta per cortesia", risposi senza distogliere lo sguardo dallo specchio del bagno. Stavo mettendomi una crema anti qualcosa…rughe, opacità, smagliature, stress, inquinamento o chissà. Era il mio periodo Alexis Carrington.
Stavamo partendo per Madrid. I passaporti non servivano. Era il rito di sempre. Lui, quando in Spagna ci andavo anch’io, era in agitazione costante.
Perché dovevamo incontrare sua figlia, la sua ex moglie, sua madre, le sue tre sorelle, i suoi quattro fratelli, i suoi circa 15 nipoti e passare a depositare i fiori sulla tomba di suo padre. Il franchista di merda. Con l’arrivo della monarchia costituzionale nel 1976 a casa del generale Ramon Rodrigo Hierro Solinas de la Venta era arrivato anche il cancro. Ci vollero 10 anni, però, ma alla fine riuscì a portarselo via.
"Te aviso che nos vamos en taxi perché no tengo gana de cojer el coche."
"Va bene, però potresti chiedere il bagno che sto gelando", risposi da dietro una maschera di crema rilassante al gusto di vaniglia.
"Ma è tardi, Alberto, por favor sbrigati, che cosa ti sei messo en la cara, porcatroia, è tardi". Mancavano tre ore alla partenza del volo Linate-Barajas e considerando i 10, massimo 15 minuti di taxi, i 10 minuti per raggiungere il banco ceck-in di Linate e altri 10 tra scendere, salire dal taxi, mancavano giusto 2 ore e 25 minuti."Ti dispiace annullarti per almeno un’ora finché, cioè, non usciremo da casa, amoremio", gli dissi?
"Fanculo stronzodimmerda", mi rispose il mio Javier. L’uomo più bello del mondo, il più simpatico, quello più dotato di ironia, il più bravo, il più dolce il 40enne più affascinante della terra, il più rilassante, il più fantasioso, il più amorevole, il mio amore gigantesco.
Javier sul taxi. Javier al bancone del check-in, Javier al bar. Javier sotto il metal detector. Javier sull’aereo. Javier che non dice una parola. Javier che si è già preso mezza pastiglia di tavor e si è fumato una canna. Javier in mezzo alle nuvole, Javier da quattro anni con me.
"Cosa stai leggendo?"
"Un libro", mi disse
"Ma dai, pensavo un cd. E’ bello?".
"Mi sembra", mi rispose.
"Di chi è?"
"Irvine Welsh" mugugnò.
"E’ Colla?"
"Sì", ciangottò.
"Cosa gradite bere?" La hostess interruppe la nostra movimentata conversazione.
"Per me acqua gassata, per lui una Coca-Cola, ma senza caffeina. Sa, non sia mai che si svegli".
Javier mi fulminò con la sguardo e poi disse: "Acqua anche per me, grazie".
La hostess non rise ne prima, ne in quel momento, ne dopo quando simulai, con l’indice puntato alla tempia, di spararmi un colpo.
"Tra quanto arriviamo, io mi sono già rotto i coglioni".
"Scendi, se vuoi". Commentò. "Non so, magari su qualche nuvoleta trovi qualcuno simpatico come te con cui poi scambiare quattro chiacchiere", aggiunse.
"Spiritoso".
Era noiosissimo. Quando andavamo in Spagna dai suoi veniva divorato dalla noia che gli fuoriusciva da tutti i pori. Era l’uomo più noioso della terra.
Sua madre era la donna più ripetitiva del mondo. Un disco incantato era più vario. Le sue sorelle erano in ordine sparso: una silenziosa e timida, l’altra logorroica e invadente, l’altra ancora solitaria e ombrosa, la quarta scazzata e piena di rancori. I fratelli, invece, erano tutti uguali: fascisti. Particolare sufficiente per escluderli dal mio campo visivo. Anche se erano i fratelli del mio uomo, l’unico gay della famiglia da almeno sette generazioni, come mi aveva fatto notare la madre con molto tatto in una delle mie ultime rare visite. "Lei invece è l’unico frocio in famiglia?", mi aveva chiesto in un italiano traballante come la sua intelligenza. "No, c’è anche mio padre, è lui che mi ha svezzato", avevo avuto la prontezza di rispondere in uno spagnolo perfetto.
Arrivati all’aeroporto di Madrid Javier si fermò a bere un bicchiere di whisky, prendere l’alto metà tavor che gli era rimasto in tasca dalla mattina, fumarsi una sigaretta, bere un caffè". Il tutto sotto il mio sguardo rapito dal cameriere che assomigliava a Miguel Bosè: il ground zero della sensualità.
"La smetti di guardarlo, sei ridiculo". Mi sussurrò.
"Javier, mi sono rotto il cazzo di aspettarti. Vamonos ya, por favor".
E dopo aver buttato lì un "hasta a luego" al tipo del bancone, finalmente uscimmo da quell’infinito aeroporto spagnolo.
"E’ grandissimo questo aeroporto, no Javier?"
"Non quanto le mie corna", chiosò accennando a un sorriso, interrotto dalla mia occhiata paralizzante. "Ti amo amoremio, ti amo", gli dissi. "Anch’io, ti amo più di qualsiasi cosa al mondo, ti amo da morire. Però non farmi disperare qui a Madrid, fallo per me. Giuramelo che non mi farai impazzire. Dimi che non mi dirai nulla, non ribaterai alle provocazioni della mia madre, non darai ai miei frateli dei retrogradi amofobi naziskin, non dirai alle mie sorele che i loro mariti sono inutili, e i loro figli oltre ad esere cesi sono anche maleducati e lerci. Dimi che tutto quello che è successo l’ano scorso non succederà più. Giurramelo? Ti prego". Quando si concentrava il suo italiano non lasciava spazio a nessuna correzione. A parte le doppie che nonostante quattro anni di Italia non aveva ancora capito dove cazzo stessero.
"A dirti la verità non mi sembra che le cose siano andate precisamente così", risposi guardando fuori dal finestrino del taxi la vita di Madrid.
"No, quindi non è vero che quando ti ha chiesto perché vivi in una casa d’affitto a Milano, le hai risposto: perché io le tasse a differenza di quanto ha fatto suo marito le pago?".
"Ho capito, ma che cazzo gliene fotte a tua madre se vivo in affitto o la casa è mia?", commentai indifferente.
"Non è questo il problema. E’ che per lei mio padre è intoccabile, non tollera che nessuno lo critichi".
"Ho capito, ma anche lei prima o poi dovrà rendersi conto che è stato un franchista di merda", dissi fissandomi sull’ennesimo negozio Zara tirato a festa.
"Amore non sei tu che devi farglielo capire, per favore, dai"
"Dico che non mi devi rompere i coglioni. Già ti ho fatto un favore a venire qui. Se poi mi devi anche condizionare sulle cose che devo dire, be, allora vado in albergo e non ne parliamo più. O vuoi che vada a casa di tua moglie? Lei ogni volta mi invita. Non ho mai capito se lo fa perché vuole scoparmi. Per certe persone la condizione del “Io ti salverò” è genetica. Non ce la fanno a concepire che esistono anche i froci. E lei, non te confundas es asi.".
"No, por favor no. O sea, ya deja todo. Como si no hubiera hablado, hace lo que te da la gana però por favor no montar un conazo. Dejame vivir. Dejame en paz". Il tassista bruno lo guardò dallo specchieto retrovisore compiaciuto. Della serie: Spagna 1, Italia 0. Povero imbecille.
"Vale, vale, vale. Javier va bene, faccio tutto quello che vuoi, mi comporterò bene. Soprattutto con quelle botti sformate dei tuoi nipoti…".
Scoppiò a ridere, io lo ignorai. Madrid era una calamita per le mie emozioni. Continuavo a guardare fuori dal finestrino. Tutto quello che succedeve nel taxi, a parte il taxista ventenne imbecille dagli occhi scuri, mi lasciava indifferente. Anche i discorsi di Javier.
Avevo appena messo il piede in quella cazzo di casa labirintica, quasi come l’aeroporto di Barajas che già mi ero chiesto che cosa ci facevo io lì. La mamma era corsa a salutare Javier, seguita da tutte le sorelle e da quattro dei nipoti che avava.
"Mi amor mi anagelito, mi vida", gridava mentre con le braccia aperte recitava la solita scena già vista in altre occasioni. Idem le sorelle e i nipoti, questi ultimi, data la tenera età, in maniera molto più contenuta.
"Holà Alberto, come stai", mi disse allungando la mano.
"Bene, mamma, grazie", risposi di slancio. Silenzio assoluto. Gelo improvviso. Javier rischiò un colpo della strega visto che mentre pronunciavo la frase stava sollevando con un abbraccio una delle piccole botti parlanti che stavano rotolando lì vicino. "Bella giornata, no,
nonostante sia dicembre", aggiunsi in fretta e furia. Giusto per
riportare una ventata di serenità nella stanza. Ma la madre non colse questo mio intento e aggiunse: "Di mamma c’è ne è una sola e grazie a dio quella, nel caso tuo, non sono io", disse trattenendo a stento la giugulare pronta ad esplodere. Javier a quel punto era un Niagara di sudore nonostante la stagione, lo guardai mi fece una tenerezza infinita. Stavo distruggendo anni di diplomazia familiare, annulando anni di analisi, abbattendo con un alito di vento compromessi silenziosi accettati a suon di ripicche. Mi ritirai. Come Greta Garbo e BB, mi ritirai in silenzio, sotto lo sguardo terrorizzato e implorante dell’uomo che di lì a poche ore mi avrebbe abbandonato per sempre travolto da un camion.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

tesoro mio, a parte il fatto che Bia ha caratterizzato la vita di noi tutte. Quanto abbiamo rotto i coglioni con la canzoncina bia bie babe bie i babebibi..... tutti noi volevamo come lei trasformare il mondo attorno a noi... o forse trasformare noi stessi o da una parte o dall'altra... per poi scoprire di essere sempre nel mezzo

ti prego non andare avanti in modo drammatico... continua ad allietarci con le relazione tra te e la madre di javier

CM ha detto...

voglio una descrizione piu' particolareggiata della madre!!!! ed espandi le adorabili tue risposte alla vecchia!!!

non dimenticare la descrizione dei vestiti (maculati???) e facci sognare con le descrizioni e paragoni con le serie televisive (fai un accenno ad Alexis, continua, facci sognare!!!!)

il battaglione delle cerbiatte e' tutto con te

S. ha detto...

Che dire? Chapeau.
Scrivevo qualche giorno fa di "scriventi" e "scrittori".
"Sottopassaggio" è roba da scrittore, di chi prende la parole da dentro e le fa uscire, è un racconto che ti somiglia. E che quindi ovviamente mi piace da matti.
Io lo lascerei così, con quell'ultima riga spiazzante e aperta che gli dà un finale che finale non è ma che proprio per questo è perfetto.

S.

P.S.: Sarebbe un racconto che nelle antologie della serie "Men On Men" non sfigurerebbe, anzi. Limalo e mandalo a Scalise.

Anonimo ha detto...

Me encantaria que tu blog fuera en castellano porque seguro es divertidisimo y lo leeria todos los dias.
De todas formas te seguire...
APo.

k4z3k4m1 ha detto...

Fantastico racconto! :)
(E cmq Bia eravamo in parecchi pirla a guardarlo fidati. Ho passato anni interi a lanciare collanine con relativa formula magica e non succedeva mai una fava!)

Anonimo ha detto...

bello, ha un bel ritmo nonostante alcuni errori (chiaro, non quelli voluti) e anche un bel finale
altri 20 così e puoi pubblicare un libro
gm

latta ha detto...

alias l'aliena di turno: bia l'ho vista per la prima volta qua dentro. quanto al racconto evito di fare un copia e incolla : vale tutto quello che hanno già scritto.
besos

penaepanico ha detto...

Latta sei il mio mito di sempre. Ti ho vista la prima volta e mi sono detto: "alla latta non gliela racconti". E così è stato. Ti abbraccio. E come mi ha detto una volta la millona: "non perdiamoci di vista".